JK Rowling
Storie di donne e uomini

J. K Rowling, il buio dietro la magia

J. K Rowling

il buio dietro la magia

 

La vita

Scrittrice, sceneggiatrice e produttrice cinematografica deve la sua fama alla saga del celebre romanzo “Harry Potter”.

Nata a Yate, già durante l’infanzia mostra una spiccata fantasia, come dimostra la sua prima storia scritta a 6 anni su di un coniglio di nome Rabbit malato di morbillo. Durante tutto il percorso scolastico conosce diverse persone che poi ispireranno i suoi celebri personaggi della saga.

Laureata in lettere, si trasferisce a Londra per lavoro ed è proprio in questo periodo che, su un treno, nasce l’idea del maghetto e dei suoi compagni di avventura. Iniziò, dunque, a scrivere il primo romanzo “Harry Potter e la pietra filosofale” durante le pause dal lavoro.

Trasferitasi in seguito in Portogallo, per insegnare l’inglese, conosce il giornalista Jorge Arantes, con il quale si sposa nell’ottobre del 1992. All’ epoca Joanne aveva poco più di 20 anni. Dall’unione dei due, l’anno successivo nasce Jessica. Nello stesso anno, si separa dal marito e stravolta dal matrimonio fallito si trasferisce ad Edimburgo con la figlia, con l’idea di vivere con la sorella.

L’inizio del periodo buio

In seguito al fallimento del suo matrimonio, rimasta sola con una figlia piccola, senza un lavoro e con una situazione finanziaria disastrosa, Joanne non vede più via d’uscita. Per l’autrice inizia un periodo buio, segnato da una profonda depressione.

Racconta di anni tristi e difficili, dove aveva perso la sua serenità e pace interiore. Joanne racconta che verso i 25 anni era sprofondata in un baratro profondissimo che le stava risucchiando la vita. Di quel periodo ricorda un pensiero in particolare, riferendosi a sua figlia Jessica: “…era una sorpresa ogni mattina vederla ancora viva”. Joanne, infatti, credeva che, in quel periodo, ogni cosa bella sarebbe andata storta come tutto il resto, e che non sarebbe mai più stata felice o spensierata. Non aveva più fiducia nella vita e non credeva più che potesse capitarle qualcosa di bello. Ha raccontato: “sono andata a picco. Ciò che mi ha fatto cercare aiuto è stata probabilmente mia figlia: mi dava conforto, mi teneva con i piedi per terra e mi faceva pensare che non era giusto che crescesse con una madre in quello stato». In un’intervista del Times racconta di aver pensato spesso al suicidio in quel periodo della sia vita.

Joanne comprende che in questa lotta non può farcela da sola ed inizia, quindi, a chiedere aiuto. Grazie al supporto del suo medico di fiducia è riuscita a risalire da questo baratro, ritrovando la forza di andare avanti nella piccola Jessica e nell’amore profondo che nutre per la scrittura.

 

Da questo momento buio della sua vita, la scrittrice ha estratto il suo più grande capolavoro. Finalmente trova la forza e il coraggio di pubblicare il suo romanzo, che riteneva essere la cura a quella profonda crisi che stava attraversando. In particolare in quel periodo si lascia ispirare dalla sua situazione di sconforto e crea una delle figure più note del romanzo: i Dissennatori, creature che “risucchiano la pace, la speranza e la felicità dall’aria che li circonda”.

Un percorso tortuoso quello che ha portato alla pubblicazione del suo primo libro, tutto in salita ma contraddistinto sempre da una forte motivazione. Lei amava il suo romanzo e la fiducia nella sua opera le ha permesso di continuare a sperare nonostante i “fallimenti” della sua vita e il rifiuto costante delle case editrici. Nonostante le tante difficoltà finalmente qualcuno inizia a credere in lei e dopo il decimo tentativo una piccola casa editrice, la Bloomsburry, trova interesse nel lavoro di Joanne e così, nel 1997, pubblica il primo romanzo della saga.

Da questo momento la sua vita cambia in positivo e nonostante i suoi anni duri Joanne è riuscita a rialzarsi e tornare più forte di prima. Oggi risulta essere tra le donne più ricche e famose al mondo.

Ho scelto di raccontare questa storia poiché considero Joanne un esempio per tutti coloro che vivono un momento particolarmente difficile della propria vita. Dalla sua difficoltà ha creato qualcosa di unico, capendo che da sola non poteva farcela e che aveva bisogno di aiuto. Così come la Fenice rinasce dalle ceneri, allo stesso modo Joanne è sprofondata in un abisso oscuro, riuscendo poi a rinascere grazie all’amore per la figlia e per la scrittura e facendo delle sue ferite un grande successo. Joanne si è aggrappata a ciò che le era più caro per vincere questa battaglia. Ciò ci fa comprendere quanto sia importante non chiudersi in se stessi e trovare la forza di chiedere aiuto.

La prima richiesta di aiuto e l’inizio del cambiamento 

Joanne racconta che la prima richiesta di aiuto che rivolge al Sistema Sanitario Nazionale è stata catastrofica: a causa dell’assenza del suo medico di fiducia era stata trattata con superficialità dalla sostituta e, così, mandata via poiché non si era compresa la gravità della situazione. Joanne, infatti, racconta che il problema non era solo il “sentirsi un po’ giù” ma stava pensando di farla finita. Fortunatamente, un paio di settimane dopo, il suo medico curante rientra a lavoro e comprende subito la gravità della situazione agendo repentinamente e facendo iniziare a Joanne una serie di sedute di terapia. La decisione di fare outing da parte di Joanne Rowling rappresenta per I terapisti britannici “un modello meraviglioso ed è fantastico che abbia scelto di parlarne» come dichiara Celia Richardson, direttore della Fondazione per la Salute Mentale.

Con la diagnosi di depressione, la Rowling diventa consapevole della sua condizione e di doversi occupare di sé stessa per poterne uscire. Toccare il fondo per Joanne è stato come concludere un capitolo della sua vita e iniziarne uno nuovo. Comprende, infatti, che per risalire deve abbandonare quell’esitazione che fino a quel momento l’aveva bloccata, gettandosi pienamente nella scrittura. Il rischio di un nuovo fallimento personale è dietro l’angolo ma nonostante ciò si butta a capofitto nel suo nuovo obbiettivo di vita, fortemente motivata dall’idea di un futuro migliore per sé e per la figlia.

La depressione e dati statistici

L’OMS ipotizza che la depressione sarà nel 2030 la patologia più diffusa nel mondo. Nonostante dati così allarmanti, vige una cattiva informazione inerente il disturbo, con percentuali molto basse di persone che si rivolgono a specialisti. Infatti, si conta che solo il 25 % di chi ne soffre riesce a comprendere lo stato in cui si trova e, conseguentemente, a chiedere aiuto. Per il soggetto depresso non è facile divenire consapevole di ciò che gli sta accadendo e, allo stesso tempo, chi gli è vicino vive la difficoltà di supportalo e aiutarlo. Questo accade poiché, chi ne soffre, tende a richiudersi in sé stesso e a provare vergogna nel chiedere aiuto, creando, così, un forte senso di impotenza e di difficoltà anche nelle persone che lo circondano e che vorrebbero essergli di sostegno.

Tutto questo causa, spesso, un ritardo nella diagnosi, che potrebbe portare ad un aggravamento della situazione. E’ stato visto che la maggior parte dei pazienti depressi che chiedono aiuto lo fanno per cause che apparentemente esulano dallo stato depressivo, come ad esempio abuso di sostanze, alcool o ideazioni suicidarie, pratiche, queste, che il soggetto mette in atto come ausilio per liberarsi dallo stato depressivo. Spesso sono proprio questi comportamenti conseguenziali a rappresentare la spinta a rivolgersi ad uno specialista. Si arriva dallo specialista quando ormai la depressione è in uno stato avanzato. Al contrario, sarebbe preferibile agire il prima possibile nell’individuazione della problematica e nella successiva terapia più idonea al soggetto.

Si pensa erroneamente che le persone deboli siano quelle più a rischio ma in realtà non è così. Questo tipo di difficoltà può accadere a chiunque, di qualsiasi fascia di età o estrazione sociale, visto anche il tasso così alto di insorgenza. Esiste sempre una causa scatenante dietro una patologia e, nel caso specifico della depressione, si potrebbero individuare fattori scatenanti quali eventi traumatici (lutti, catastrofi naturali, violenze) oppure eventi specifici come perdita del lavoro, divorzi o eventi stressanti in generale.

Il più noto dei disturbi depressivi è il Disturbo Depressivo Maggiore, il cui esordio può avvenire in qualsiasi epoca della vita, dall’infanzia alla senilità. Tuttavia si osservano fasce d’età in cui si ha più probabilità, ovvero tra 18 e 29 anni e tra i 55 e 65 anni. È più frequente nelle donne che negli uomini con un rapporto di 3:1,5. L’episodio depressivo maggiore può avere un’intensità molto variabile, da forme lievi ad episodi di estrema gravità in cui il soggetto arriva a perdere il contatto con la realtà sviluppando deliri quali, ad esempio, deliri di rovina, colpa, morte.

Criteri diagnostici:

  • umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (senso di tristezza, vuoto, disperazione, lamentosità)
  • marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività (anedonia) provando poco piacere, soddisfazione o godimento o non provandone affatto
  • significativo aumento o perdita di peso, non dovuta a diete
  • tendenza a svegliarsi nel mezzo della notte, con difficoltà a mantenere il sonno o prendere sonno (insonnia) oppure tendenza a dormire troppo (ipersonnia)
  • agitazione o rallentamento psicomotorio
  • faticabilità o mancanza di energie
  • sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessiva o inappropriata
  • ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione, rallentamento dei processi di pensiero, eloquio e movimento
  • pensieri ricorrenti di morte, ricorrenti ideazioni suicidarie

L’umore del soggetto compromette gravemente la qualità della vita di chi ne soffre andando ad interferire con il funzionamento sociale, lavorativo, cognitivo e relazionale del soggetto. Si vive in un costantemente stato di malessere e pesantezza profonda, intriso di pensieri negativi verso se stesso, gli altri ed il proprio futuro.

Tuttavia è importante sottolineare che l’umore depresso è qualitativamente diverso dall’ordinaria tristezza. Infatti, la tristezza fa parte delle emozioni ed è la risposta a qualche evento avverso che ci ha colpiti, con un dolore va ad attenuarsi con il passare del tempo. La depressione, al contrario, non vede una risoluzione tacita ma, a volte, un peggioramento se non si corre subito ai ripari. Oltre a ciò le manifestazioni somatiche risultano essere qualitativamente differenti rispetto alla tristezza.

Chi vive nello stato depressivo vive in un costante stato di malessere. Non prova alcun interesse nelle attività della vita quotidiana, considerandole faticose e prive di piacere. Questo stato lo porta ad avere difficoltà nell’alzarsi dal letto la mattina, prova vissuti di inutilità e inadeguatezza, difficoltà di concentrazione, difficoltà nel prendere decisioni quotidiane delegandone il compito, sensi di colpa. Tutto risulta estremamente faticoso e a volte, dal punto di vista del soggetto depresso, l’unica via d’uscita è il suicidio, unico pensiero che porta ad alleviargli le sofferenze.

Il distacco dalla realtà, tipico di tale difficoltà, porta inevitabilmente il soggetto a non riuscire a considerare in modo consapevole la sua situazione e a non riconoscere di avere un problema, oppure a sentirsi talmente sfiduciato da non avere la forza di chiedere aiuto. Nei familiari ed amici si genera, così, un senso di impotenza e frustrazione poiché si pensa di non poter fare nulla per il proprio caro se non spronarlo meccanicamente. È qui che si genera la classica frase: “Datti una mossa, è colpa tua se stai così”.

L’aiuto più concreto che un familiare o amico può dare non consiste, quindi, nel dire al proprio caro che è colpa sua, in quanto lui stesso vive un forte senso di colpa che non farà altro che acuire lo stato depressivo. La cosa più giusta da fare è di condurre in modo deciso il proprio caro da un esperto che possa aiutarlo indicandogli la terapia più idonea.